Il suono della luce
Concerto di inaugurazione anno accademico 2026/2027
Direttore Margherita Colombo
Pianoforte Milena Kharaneka
Orchestra Sinfonica del Conservatorio di Como
Domenica 8 novembre 2026 – ore 18:00
Palazzo Terragni, Como
Il Conservatorio di Como inaugura l’Anno Accademico 2026/2027 con un evento sinfonico intitolato Il suono della luce, affidato all’Orchestra dell’Istituzione sotto la direzione di Margherita Colombo.
La cornice di Palazzo Terragni — capolavoro del Razionalismo italiano e oggi sede della Guardia di Finanza — è l’ispirazione della linea concettuale di una produzione che intende calare la riflessione estetica nella materia sonora. Le geometrie, la ricerca del ritmo e il rigore simmetrico teorizzati da Giuseppe Terragni si riflettono in un percorso d’ascolto fondato sull’equilibrio delle forme e sulla tensione drammaturgica del discorso musicale.
Aperta dalla luminosa architettura del Concerto n. 23 in la maggiore K 488 di Wolfgang Amadeus Mozart — affidato all’interpretazione pianistica di Milena Kharaneka —, la serata declina il concetto originario di “concerto” come dialogo serrato, intreccio organico di voci e profondo “conversare sonando”.
La prospettiva si sposta poi verso le sponde d’Oltremanica con due capolavori del repertorio per archi. La Serenade op. 20 di Edward Elgar evoca una dimensione intima e malinconica, alimentata da una pulsazione ritmica ciclica di aristocratica eleganza. Di segno opposto è la straripante St. Paul’s Suite op. 29 n. 2 di Gustav Holst: un’opera intrisa di brio popolare e rigore formale, in cui le geometrie della Jig e dell’ Intermezzo sfociano nel travolgente contrappunto finale tra il Dargason e le celebri note di Greensleeves.
Durante la presentazione della serata sarà annunciato il nuovo nome del Conservatorio di Como, vincitore del sondaggio aperto a tutta la popolazione fino al 31 ottobre 2026.
PROGRAMMA
Wolfgang Amadeus Mozart (1756 – 1791)
Concerto per pianoforte n. 23 in la maggiore, K 488 (1786)
Allegro
Adagio
Allegro assai
Pianoforte Milena Kharaneka
Edward Elgar (1857 – 1934)
Serenade op.20 in Mi minore (1892)
Allegro piacevole – Larghetto – Allegretto
Gustav Holst (1874 – 1934)
St. Paul’s Suite op.29 n.2 (1913)
Jig – Ostinato – Intermezzo – Finale (The Dargason)
Direttore Margherita Colombo
Orchestra Sinfonica del Conservatorio di Como
Note a cura di Margherita Colombo
Cos’hanno in comune uno dei più grandi geni della storia della musica del Classicismo, due compositori inglesi tardo romantici e un architetto razionalista del primo Novecento? D’istinto, ci verrebbe da dire: “Nulla”.
Ma c’è un filo rosso che lega la storia di questi quattro grandi artisti, o meglio una sottile trama che nasce dall’inesauribile ricerca della perfezione e dell’armonia e si sviluppa in una ricerca identitaria che affonda le sue radici nel tempo e nello spazio fino a raggiungere il presente, in questo istante musicale irripetibile che è il concerto dal vivo in una cornice architettonica intrisa di storia e di pensiero.
“L’architettura razionale come noi la intendiamo ritrova le armonie, i ritmi, le simmetrie dei nuovi schemi costruttivi, nei caratteri dei materiali e nella rispondenza perfetta alle esigenze cui l’edificio è destinato”. (Giuseppe Terragni)
In uno spazio architettonico dominato da linee, colori e luci perfettamente bilanciati come Palazzo Terragni, non si poteva che scegliere una composizione di Wolfgang Amadeus Mozart per aprire il concerto.
La perfezione architettonica del Concerto KV488 per pianoforte e orchestra si delinea fin dal primo movimento, in cui si realizza in maniera sublime il tema di fondo della serata: il dialogo. Un dialogo continuo, animato, vivace e incredibilmente espressivo tra gli strumenti dell’orchestra e il pianoforte solista – al punto che la figura tradizionalmente intesa del solista posto sotto i riflettori di un immaginario piedistallo viene meno, per far posto a ciò che l’etimologia del termine “concerto” significa realmente: intreccio di voci o suoni, ma anche partecipare, gareggiare insieme, e per usare le parole di Bottrigari già nel 1574, un continovo conversare cantando e sonando insieme de’ cantori e suonatori.
Il KV488 è uno dei concerti più amati di Mozart, e probabilmente anche dallo stesso Mozart che lo eseguì in una serie di concerti viennesi nel 1786. L’organico orchestrale mostra la particolarità di preferire i clarinetti agli oboi, un caso rarissimo all’epoca poiché il clarinetto come lo intendiamo oggi era uno strumento ancora poco conosciuto e praticato. Ma Mozart amava il suo timbro caldo e versatile, che conferisce all’intera sezione dei legni un colore, un’omogeneità e una presenza di incredibile spessore, e ben lungi dal relegare i fiati a un mero effetto decorativo della compagine orchestrale, li rende anzi protagonisti in grado di dialogare continuamente con gli archi e con il pianoforte.
Le tinte sognanti e malinconiche del secondo movimento ci proiettano in un mondo che ancora non esisteva all’epoca di Mozart: i tormenti languidi del Romanticismo già si affacciano nei colori di una romanza senza parole in cui il timbro cristallino del pianoforte si intreccia alla cantabilità dei legni e alla morbida intensità degli archi, per lasciare infine spazio a un rondò finale irriverente e scanzonato in cui tutta l’orchestra libera la propria energia pulsante, e lo fa proprio grazie a “un numero eccessivo di chiassosi strumenti a fiato, come tromboni, corni, flauti, oboi, clarinetti, fagotti, trombe e timpani che si uniscono tutti per dichiarare guerra ai poveri violini” (da una critica dell’epoca riferita alla predilezione di Mozart per sonorità che allora venivano considerate troppo audaci e avveniristiche).
Mozart, il cui nome oggi per noi è sinonimo di genio, la cui musica non finisce tuttora di meravigliare e commuovere per la sua delicatezza, espressività ed energia, ebbe come è noto una vita tormentata e complicata da innumerevoli problemi di salute, di soldi, di invidie e fraintendimenti professionali. Ci sembra incredibile poterlo anche solo pensare, ma i suoi contemporanei criticavano proprio ciò che per noi oggi è l’essenza della sua unicità.
Disse Carl Ditters von Dittersdorf, pur riconoscendolo incontestabilmente un grande genio originale, pur ammettendo che non esiste un altro compositore che possiede una ricchezza così stupefacente di nuove idee: vorrei che non le sprecasse in tal maniera. Non lascia all’ascoltatore neanche un attimo di respiro: a malapena ci si ferma a riflettere su un’idea, che subito ne arriva un’altra che scaccia la prima, e così via di continuo, per cui alla fine non si riesce a conservare nella memoria nessuna di queste vere e proprie bellezze.
Ma è proprio questa innata urgenza di esprimersi con la musica, questa incredibile sensazione di percepire i temi musicali sgorgare con naturalezza dal pianoforte e dall’orchestra come se fossero sempre esistiti, a rendere Wolfgang Amadeus Mozart così vivo, attuale e necessario alla nostra società, così bisognosa di perfezione e bellezza.
Commovente il tributo di Haydn alla morte del sommo compositore salisburghese: La perdita di Mozart è irreparabile, in vita mia Non dimenticherò il suo modo di suonare al pianoforte: andava dritto al cuore.
È nato uno spirito nuovo. Esiste, vorremmo dire, nell’aria, come una cosa a sé, indipendentemente dai singoli individui, in tutti i paesi, con apparenze e forme differenti, ma con identico fondamento, questo spirito nuovo, dono prodigioso, che non tutte le epoche d’arte né tutti i periodo storici hanno posseduto. Viviamo in tempi privilegiati, perché possiamo assistere alla nascita di tutto un nuovo ordine di idee… (Giuseppe Terragni)
Erano gli anni a cavallo tra Otto e Novecento, quando i compositori inglesi iniziarono a cercare un modo per definire in maniera autentica la propria appartenenza nazionale. Un gruppo di compositori iniziò a dedicarsi con passione alla riscoperta del proprio passato musicale: la punta di un iceberg sommerso e parzialmente dimenticato che affondava le proprie radici in William Byrd, John Dowland e Henry Purcell. Erano anni di grande fermento culturale e musicale, in cui la tradizione romantica della grande musica europea, tedesca e francese in primis, si fondeva alla necessità di affermare un’identità culturale e musicale britannica capace di mediare tra la necessità di proseguire un percorso artistico di rilevanza internazionale e allo stesso tempo valorizzare la propria storia.
Edward Elgar, considerato uno dei più “autentici” compositori inglesi, non sentiva il bisogno di avvicinarsi alla matrice più popolare della musica inglese, preferendo attingere da quell’inesauribile fonte di ispirazione che era la musica romantica continentale, Wagner, Dvorak e Berlioz in primis. Eppure i suoi contemporanei lo riconoscevano come “il più inglese dei compositori”: la sua capacità di attingere dalla musica di altri compositori e renderla personale e autentica creò un linguaggio musicale inconfondibile, vitale e carico di espressione. Anche i suoi colleghi compositori ammiravano l’intrinseca “inglesità” di Elgar: Sibelius lo definiva “la personificazione del vero personaggio inglese nella musica… una nobile personalità e un aristocratico nato”.
La Serenata per archi op.20, inizialmente destinata all’esecuzione privata della Worcester Ladies’ Orchestral Class per diventare ben presto uno dei suoi brani più amati ed eseguiti, rappresenta perfettamente la sua ricerca di raffinata eleganza nel suono degli archi. Utilizzando pochi elementi ritmici, come il celebre inciso iniziale che, come una pulsazione vitale, ritorna ciclicamente nel corso del brano, Elgar tratteggia un acquerello a tinte pastello. La Serenade evoca un mondo malinconico e introspettivo in cui ciascuno di noi viene trasportato ad immaginare il proprio vissuto.
“La rinuncia all’individualismo, significa: non volere l’originalità a ogni costo. Tendere in tutti i modi, con ogni sforzo, all’unificazione dello stile componendo possibilmente tutti gli stessi elementi. Non temere di lavorare su una base che possa apparire arida, con mezzi che possono apparire esteticamente limitati. Limitare anzi al massimo il numero di elementi di cui ci si serve e raffinarsi su di questi, per portarli alla massima perfezione, alla purezza astratta del ritmo.” (Giuseppe Terragni)
Il ritmo e la sua ciclicità è alla base dell’esuberante St. Paul’s Suite di Gustav Holst, composta per l’orchestra della sua scuola, la St. Paul’s School di Londra. Gli incisi ritmici sono incalzanti e trascinano l’ascoltatore in un irrefrenabile desiderio di muovere i piedi a tempo: Holst comprendeva perfettamente il valore e l’unicità della musica e della danza popolare, e insieme all’amico Ralph Vaughan Williams diventa il principale riscopritore del folk inglese, discostandosi dal purismo sinfonico di Elgar. La Suite si apre con una vorticosa Jig, una giga di origine irlandese dal carattere vivace e scanzonato, per poi immergersi in un delicato e introspettivo momento di respiro in cui un sereno solo di violino emerge sul brusio di accompagnamento ostinato della sezione dei violini. Il violino solo acquista carattere e presenza scenica nel variegato intermezzo in cui gli archi esprimono tutto il loro vigoroso slancio, per poi tornare a sciogliersi nel “tutti finale” in cui il ritmo iniziale viene riproposto in una nuova danza, il Dargason, al cui brio si intreccia il profumo di un’altra celebre melodia antica – Greensleeves.
Abbiamo accostato mondi differenti scaturiti da realtà e necessità differenti. Eppure questi mondi dialogano tra loro, si osservano, si respirano e attingono gli uni dagli altri: sta a noi, privilegiati osservatori esterni, saper cogliere le connessioni (o dis-connessioni) reali o percepite, per vivere l’opera d’arte nella sua totalità. La suggestione di una luce che diventa suono, l’immagine di un concerto concepito come un’architettura perfetta, il ricordo di un’emozione suscitato da un ritmo improvviso o da un colore lontano… È ciò che rende unica e irripetibile l’esperienza di un concerto alla cui bellezza tutti, musicisti e ascoltatori, concorrono insieme.
VIOLINI
Alessandro Da Silva*
Aurora Ravalli
Francesca Andreoni
Jennifer Silanus
Noemi Pesenti
Ada Nur Saylik
Gemma Brollo
Elisa Galimi*
Alina Salemi
Alessandro Finzi Longo
Ernesto Motta
Martina Lombardo
Chloe Ann Angeles
Manuele Sofia
VIOLE
Jin Haoran*
Diana Ubbiali
Alice Daverio
Li Zhiyi
VIOLONCELLI
Matilde Mezzadri*
Alice Castracane
Maria Ghilotti
Chiara Torlaschi
Giacomo Frigerio
Edoardo Mantellassi
Elisa Missaglia
Stefania Massimo
Shanti Avanzi
CONTRABBASSI
Andrea Cacciola*
Liam Poli
Samuele Vaccaro
FLAUTO
Lucia Ghilotti*
CLARINETTI
Alessandro Zinni*
Patrick Carsana
FAGOTTI
Claudia Maggi*
Massimo Trezzi
CORNI
Xhang Xi*
Emanuele Bertoletti
*prime parti
Biografia Margherita Colombo
Margherita Colombo è direttrice d’orchestra, pianista e maestro collaboratore. Compiuti gli studi in Pianoforte, Composizione, Direzione d’orchestra e Maestro collaboratore ha iniziato un’intensa carriera artistica che l’ha portata a lavorare prima in qualità di maestro collaboratore e poi di direttrice d’orchestra presso importanti teatri e festival in Italia e all’estero.
E’ docente di Esercitazioni orchestrali presso il Conservatorio di Como e di direzione d’orchestra e spartito presso l’Accademia del Teatro alla Scala di Milano e l’accademia Civica di Cesano Maderno (MB). Ha collaborato come docente presso importanti istituzioni quali l’Accademia dei Musici di Parma e l’Accademia dei Mestieri dell’Opera del Teatro Coccia di Novara.
Ha diretto e suonato regolarmente presso rinomate istituzioni teatrali in Italia e all’estero tra cui il Teatro dell’Opera e la Gewandhausorchester di Lipsia, il Teatro Sao Carlos di Lisbona (Portogallo), il Teatro Donizetti di Bergamo, il Teatro Coccia di Novara, il Taranto Opera Festival, il Teatro Nazionale di Tirana (Albania), l’Orchestra Loh-Sondershausen e la Niederbayerische Philharmonie di Passau (Germania), il Taman Budaya di Yogyakarta e il Teatro Aula Simfonia di Jakarta (Indonesia), oltre a tournée operistiche in Giappone e Cina, con oltre 50 produzioni operistiche in attivo.


Biografia Milena Kharaneka
Milena Kharaneka è una pianista bielorussa con una formazione musicale internazionale. Dopo aver studiato presso il Ginnasio Artistico I. O. Achremchik di Minsk, ha proseguito la propria formazione all’Accademia di Arti Musicali di Praga (HAMU), dove ha conseguito il Bachelor in Pianoforte sotto la guida di Jan Bartoš. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale presso il Conservatorio di Como, nella classe di Walter Roccaro.
La sua attività concertistica comprende recital solistici, musica da camera e collaborazioni con cantanti, strumentisti e orchestre. Ha ottenuto il primo premio al Concorso Internazionale Richter di Brest, in Bielorussia. Nel 2024 è stata selezionata tramite audizione pubblica per partecipare come solista al progetto BeethovenFest dell’Orchestra Sinfonica del Molise, eseguendo il Triplo Concerto in do maggiore, op. 56, di Ludwig van Beethoven insieme ai solisti Daniele Giorgi e Luca Provenzani, sotto la direzione di Michele Campanella.
Il suo repertorio spazia dal Barocco alla musica contemporanea.


